Storia dei vini dell’Oltrepò Pavese, il Consorzio del Classese

Il Consorzio Classese Oltrepò Pavese è il Consorzio di Tutela ufficialmente riconosciuto dal Ministero
dell’agricoltura
 quale unico organismo preposto alla Promozione, la Protezione e Gestione delle
sette denominazioni interessate: DOCG Oltrepò Pavese Metodo Classico, DOC Pinot Nero Oltrepò
Pavese, DOC Oltrepò Pavese, DOC Oltrepò Pavese Pinot Grigio, DOC Buttafuoco, DOC Bonarda e DOC Sangue di Giuda. Il Consorzio ha nei suoi scopi statutari anche la promozione e la tutela dei vini IGP Pavia.

Dal 2025 il Consorzio ha adottato anche il marchio consortile Classese, volto a valorizzare la tipologia Pinot Nero della DOCG Metodo Classico. Sempre nel 2025 il Consorzio ha adottato un innovativo statuto, unico ad oggi in Italia, che conferisce ai piccoli produttori un’equa rappresentatività, per assicurare un governo del territorio che garantisca gli interessi di tutti i soggetti coinvolti.

Il Consorzio nasce nel 1977

 Ad oggi annovera 155 aziende associate direttamente e centinaia di soci indiretti, conferitori delle realtà cooperative. La produzione interessata proviene da circa 11.000 ettari vitati, l’areale viticolo più importante della Lombardia, e riguarda circa 25.000.000 di bottiglie prodotte annualmente.

Il Territorio

L’Oltrepò Pavese — meno di 50 km a sud di Milano — è quella virgola di Lombardia che separa e unisce Piemonte ed Emilia Romagna. Terra di confine sin dal Medioevo, è il risultato originale dell’incontro fra le caratteristiche delle quattro province che gravitano intorno a questa terra a forma di grappolo d’uva: Pavia, Alessandria, Genova e Piacenza.

Il territorio si sviluppa tra la piana del Po e le vette dell’Appenino Ligure — sino ai 1724 metri del Monte Lesima —, disegnando un paesaggio di colline e montagne talvolta impervie, che da sempre ospitano la vitivinicoltura.

L’area vinicola si distende lungo il cosiddetto parallelo del vino, il 45°, concentrandosi in quattro vallate principali che occupano la porzione più nord-orientale e che, quasi parallele, risalgono rapide verso i bastioni appenninici: da est, la Valle Versa, la Valle Scuropasso, la Valle Coppa e la Valle Staffora.

L’alternarsi di campi coltivati, boschi e vigneti garantisce una grande varietà ecologica: il vino dell’Olt

repò nasce in un ambiente che conserva biodiversità, nel quale sopravvivono endemismi preservati anche grazie alla presenza di numerose aree naturali protette.

 

I vigneti si collocano ad altitudini che vanno dai 120 ai 550 metri sul livello del mare, taccando i 600 talvolta. Le giaciture presentano inclinazioni spesso molto elevate, che non di rado raggiungono il 30%, segno visibile del carattere impervio e deciso del territorio.

Anticamente i terreni oltrepadani erano il fondale di un baia tropicale, sommersi da acque che qualche milione di anni fa si sono ritirate lasciando emergere l’Appennino.

I suoli

I suoli hanno risentito di questa storia e sono ricchi di formazioni calcaree, che frequentemente prendono la forma di affascinanti ritrovamenti di fossili marini. Nella grande varietà che li contraddistingue, è possibile riconoscere tre tipologie principali di suoli: marne gialle con lenti calcaree (formatesi soprattutto durante il Messianico), marne azzurro-biancastre con strati di arenaria e calcare (quelle depositatasi sul fondo di quel mare che occupava l’Oltrepò, risalenti al Langhiano), strati di arenaria e argilla scistosi e galestri ricoperti di marne calcaree (ascrivibili all’Acquitaniano). Le tessiture sono prevalentemente fini, con aree a tessitura più franca, lo scheletro è quasi ovunque scarso e le profondità da medie a profonde. Sotto il profilo meteoclimatico, l’Oltrepò Pavese si caratterizza per una certa mitezza, interrotta da inverni piuttosto rigidi ed estati anche molto calde. La ventilazione è buona e costante durante tutto l’anno, mentre le precipitazioni moderate presentano una tendenza incrementale lungo la direttrice ovest-est.

La Storia

L’Oltrepò Pavese era abitato nel I millennio a.C. da popolazioni celto-liguri (Anamari, Marici, Iriati…), organizzate in numerose comunità e tribù che occupavano le vallate appenniniche. La colonizzazione da parte romana iniziò sullo scorcio del III sec. a.C. e richiese lungo tempo per completarsi, proprio a causa della parcellizzazione del potere ligure che obbligava i Romani a sconfiggere ogni volta un diverso avversario. È ai Romani che si deve la fondazione di due importanti colonie che si collocano agli estremi orientale e occidentale del moderno Oltrepò — Placentia e Derthona — e successivamente nel suo cuore: Clastidium (Casteggio) a seguito dell’omonima battaglia del 218 a.C. e Iria (Voghera), alla fine del I sec. a.C.

In epoca imperiale, l’Oltrepò Pavese non era un territorio unico, ma risultava suddiviso in due regioni, l’Aemilia (a est) e la Liguria (a ovest). La coltivazione della vite era già presente, precedendo anche l’arrivo dei Romani, come testimonia il ritrovamento di viti fossili risalenti a oltre 3000 anni fa, soprattutto nell’area casteggiana. Percorso da numerose popolazioni germaniche durante le invasioni barbariche, l’Oltrepò Pavese divenne una delle principali dipendenze del regno dei Longobardi, che posero la capitale appena a nord del Po, a Pavia.

Il territorio era in larga parte concesso a importanti monasteri di fondazione regia (San Pietro in Ciel d’Oro, Santa Maria Teodote, San Felice, San Teodoro), ma fu presto assorbito dai possedimenti dell’importante Abbazia di Bobbio. L’Abbazia, fondata da San Colombano nel 614 — dopo la donazione di una primitiva chiesa da parte di Agilulfo, colui che avviò la conversione longobarda dall’arianesimo — assunse molto rapidamente un enorme prestigio, soprattutto grazie all’opera del successore del santo irlandese, Attala. Il centro bobbiese, inoltre, fu promotore della frutticoltura e della viticoltura, così, la lunga permanenza di San Colombano — circa 20 anni — in Borgogna prima di raggiungere l’Oltrepò, offre suggestioni illuminanti all’amante del vino.

Dopo la conquista franca (774), tra le stirpi che si affermarono su tutta l’area di Appennino che dalla Pianura Padana scendeva sino alla Lunigiana, i più importanti furono gli Obertenghi, che diedero origine a numerose grandi casate, tra le quali gli Este, dunque anche alla famiglia imperiale dei Welfen e, per loro tramite, agli Hannover.

In Oltrepò gli Obertenghi generarono la famiglia Malaspina, che governò gran parte del territorio per lunghi secoli, dividendosi in numerosi rami. Ai loro — e poi ai Visconti e Dal Verme — si deve la costruzione della maggior parte dei castelli che ancora svettano sulle cime delle ripide colline oltrepadane.

Di fondazione malaspiniana si ricorda anche l’Abbazia di Sant’Alberto di Butrio, oggi un eremo perso tra castagneti secolari, che fu riccamente affrescata nel Quattrocento secondo stilemi riconosciuti come di una scuola autoctona. Secondo una tradizione contestata, Sant’Alberto conserverebbe anche il sepolcro di Edoardo II d’Inghilterra, che qui avrebbe trovato rifugio dopo essere rocambolescamente scappato dall’isola natia.

Con il XII secolo, però, il potere pavese sull’Oltrepò — che assunse definitivamente tale denominazione — si affermò in maniera decisiva, prevalendo (pur non cancellandole) sulla dinastie locali. Fu l’imperatore Federico Barbarossa che, nel 1164, confermò i feudi malaspiniani e, contemporaneamente però, concesse importanti diritti alla città di Pavia — sua forte alleata nelle guerre con i comuni lombardi — sulle comunità oltrepadane.

Nasce il nucleo di ciò che nei secoli seguenti diventerà ufficialmente il Principato di Pavia, il cui titolo spettava all’erede del Ducato di Milano. L’Ultrapadum Ticinensis (Oltrepò Pavese), al suo interno, era sostanzialmente suddiviso in due parti, quelle stesse che ancora oggi si possono distinguere sotto il profilo delle coltivazioni:

• l’Oltrepò propriamente detto, quello che grossomodo coincide con l’area di produzione vitivinicola attuale;

• le giurisdizioni separate, ossia le contee vermesche, i marchesati malaspiniani e alcuni feudi possesso diretto delle Diocesi di Tortona e Pavia, che interessavano soprattutto la parte occidentale e le aree montane.

Questo assetto rimarrà immutato anche per quasi tutta la storia moderna, sotto il potere spagnolo e austriaco, fino al 1743: il Trattato di Worms, infatti, sancirà definitivamente la separazione di tutto l’Oltrepò dal Principato di Pavia, unendolo ai possedimenti di casa Savoia. È così che inizia la storia del cosiddetto Antico Piemonte. La separazione, però, non fu priva di scossoni: dopo il 1743, più volte l’Università dei Mercanti di Pavia (l’odierna Camera di Commercio) si lamenterà delle difficoltà commerciali relative al vino, provocate dall’introduzione dei dazi tra Pavia (lombarda) e l’Oltrepò (piemontese). Una testimonianza preziosa, che ci racconta la centralità che l’Oltrepò Pavese già aveva sul piano della produzione vinicola, fonte essenziale per il Ducato di Milano.

La coltivazione intensiva della vite, comunque, iniziò nell’epoca moderna e, proprio nel corso dell’Ottocento arrivò il Pinot nero, aggiungendosi ad oltre 200 varietà allora catalogate sul territorio.

Alla metà del diciannovesimo una coppia di amici, i conti Gancia e Vistarino, decisero di recarsi in Francia — in Champagne e in Borgogna — per approfondire le tecniche di produzione vitivinicola e ritornarono con una ricca collezione di barbatelle di Pinot nero, che vennero messe a dimora nella grande tenuta di Rocca de’ Giorgi, storico feudo dei Conti Giorgi Vimercati di Vistarino. Erano gli anni cinquanta dell’Ottocento e, in un breve lasso di tempo, le prime uve ottenute partirono per la cantina che Gancia aveva a pochi chilometri in linea d’aria, per produrre il primissimo metodo classico italiano. Non passerà molto, però, perché nel 1865 — esattamente 160 anni or sono — Augusto Giorgi di Vistarino decida di creare il suo metodo classico, il primo blanc de noirs dell’Oltrepò Pavese.

Da questo momento fondamentale, la storia del vino oltrepadano procede inarrestabile attraverso numerose grandi tappe:

• 1894: lo “champagne” Montelio è impiegato per il varo della motonave Vesuvio;

• 1905: viene fondata La Versa (nome iconico del metodo classico italiano);

• 1907: nasce SVIC (Società Vinicola Italiana Casteggio), che appena cinque anni dopo, nel 1912, pubblicizza i propri vini con un grande manifesto pubblicitario ai piedi della Statua della Libertà, a New York;

• 1933: Frecciarossa ottiene la licenza n. 19 per l’importazione di vini negli USA; poco dopo, la stessa cantina sarà destinataria di una missiva dell’allora già celebre Alfred Hitchcock, che scrivendo che da Venezia, esprimeva il suo apprezzamento per il primo vino rosso mai bevuto, proprio dell’Oltrepò Pavese;

• 1970: viene riconosciuta la prima DOC Oltrepò Pavese;

• 1977: nasce il Consorzio per la tutale dei vini dell’Oltrepò Pavese;

• 2007: si arriva al riconoscimento della DOCG Oltrepò Pavese per il metodo classico.

Una lunga storia, che mostra il rapporto simbiotico tra vino e territorio, che trova spazio anche nella lista delle migliori annate del decennio, pubblicata nel 1969 dalla UIV (Unione Italiana Vini): l’Oltrepò Pavese da solo (appena un terzo di una provincia) contava ben sette denominazioni, più di alcune regioni italiane nella loro interezza.

I vini

Oggi, in Oltrepò Pavese sono presente sette denominazioni rivendicate, sei DOC e una DOCG.

• Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG

Il primo metodo classico italiano per storicità, si caratterizza soprattutto per l’uso di Pinot nero come base. Si tratta di vini che esprimono una struttura decisa, rotonda ed elegante, con buona mineralità ed acidità, perlage fine, che si prestano ad un abbinamento a tutto pasto. Ad oggi — ma è già oggetto di un cambio di disciplinare in corso di approvazione ministeriale — l’affinamento minimo sui lieviti è di 15 mesi (24 per i millesimati), mentre la composizione ampelografica prevede: minimo 70% Pinot Nero (85% per “Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero, 100% per Cruasé) e altre uve (Chardonnay, Pinot grigio, Pinot bianco) per il 30% (o 15%).

La centralità del Pinot nero della produzione del metodo classico rende l’Oltrepò Pavese l’unico territorio spumantistico al mondo vocato in maniera specifica al blanc de noirs, ragione per cui i produttori riuniti nel Consorzio hanno condiviso un percorso di rilancio che è stato avviato nel 2025, nel 160° anniversario dalla prima bollicina oltrepadana, vinificata dal Conte Augusto Giorgi di Vistarino a Rocca de’ Giorgi in Valle Scuropasso, nel lontano 1865.

• Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese DOC

È un vino elegante e di corpo, prodotto a partire dalla seconda metà del ‘900 sul territorio. In Oltrepò, il Pinot nero assume caratteristiche particolari, conferendo al vino una struttura ricca, con tannini fini e una buona capacità di invecchiamento. Deve essere composto per il 95% di Pino nero (è consentito al massimo un 5% di altre uve a bacca rossa non aromatiche autorizzate per la Lombardia). La riserve devono avere un affinamento minimo di 24 mesi, dei quali almeno 6 in legno.

• Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC

Bandiera storica del territorio, realizzato in versione frizzante o ferma, è un vino rosso brioso, dal tannino deciso e l’intenso aroma fruttato, perfetto — grazie alla acidità — per abbinamenti con salumi e preparazioni grasse o dalla nota prevalente di umami. Si può impiegare la Croatina (autoctona) dall’85% sino al 100%, eventualmente tagliandola con Barbera, Ughetta (Vespolina) e Uva rara (fino a un massimo del 15%.

• Oltrepò Pavese Pinot Grigio DOC

Denominazione dedicata all’uva a bacca bianca maggiormente piantata in Oltrepò Pavese, prevede al minimo l’85% di Pinot grigio, congiuntamente a Pinot nero o altri vitigni a bacca bianca non aromatici fino al 15%.

• Oltrepò Pavese DOC

È la denominazione originaria, che racchiude l’ampia base ampelografica che da sempre caratterizza questo territorio, che a fine Ottocento contava ben oltre 200 varietà autoctone. Racconta di un territorio particolarmente vocato alla coltivazione della vite e di una lunga abitudine a sperimentare. Si presenta in 36 diverse tipologie, bianche, rosate e rosse, che comprendono: Barbera, Riesling, Cortese, Malvasia, Moscato, Pinot nero vinificato bianco o rosé, Chardonnay, Sauvignon, Cabernet Sauvignon e uvaggi diversi.

• Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese DOC e Sangue di Giuda dell’Oltrepò Pavese DOC

Sono due denominazioni facce di una medesima medaglia, costituita dal cuore storico e autoctono del territorio, in particolare di un’areale ristretto posto nella parte più orientale dell’Oltrepò Pavese. Raccontano la storia del territorio e, con i loro nomi curiosi, leggende popolari che mostrano il radicamento del vino nel patrimonio culturale immateriale dell’Oltrepò Paves: da un lato, traghettatori autriaci sul Po che lasciano il posto di guardia durante le guerre di indipendenza per andare a ubriacarsi di Buttafuoco, dall’altro un Giuda resuscitato che compare A Broni e per salvarsi dagli abitanti inferociti cura le loro viti da un grave morbo.

Il Buttafuoco e il Sangue di Giuda condividono la base ampelografica — Barbera e/o Croatina dal 25% al 65%, Uva rara e Ughetta (Vespolina) max 45% (nel caso del Sanque di Giuda è consentito anche il Pinot Nero nel 45%) —, il primo, però, è di corpo, intenso, potente e adatto a un lungo invecchiamento, il secondo, invece, molto fruttato, dolce e dal colore rosso rubino intenso può essere fermo, frizzante o spumante.

Il Classese

Era il 1984 e in Oltrepò Pavese esisteva una sola DOC, che comprendeva tutti i diversi vini prodotti sul territorio. Un nutrito gruppo di produttori di Metodo Classico, la vera eccellenza del territorio, si riunì con uno scopo preciso: distinguere e valorizzare quel blanc de noirs — tanto difficile da produrre con l’elegante e capriccioso Pinot nero — che per tutti loro rappresentava l’identità e il futuro dell’Oltrepò Pavese. La soluzione fu quella di creare un’associazione volontaria di produttori, dotandola di un nuovo marchio e di un nuovo nome, che sapesse incarnare questa unicità: la scelta ricadde su Classese,

Il progetto si basava su un passaggio storico fondamentale per la vitivinicoltura italiana, ossia l’introduzione del Pinot Nero e l’avvio della produzione di metodo classico, due fasi distinte ma intimamente collegate, che muovono i primi passi in Valle Scuropasso. Lì, nel 1865, il Conte Vistarino produce il primo metodo classico da Pinot Nero, pochi anni dopo aver introdotto la coltivazione di questo vitigno.

L’intuizione che l’Oltrepò Pavese potesse diventare la terra del blanc de noirs si è consolidata nel corso degli anni, fino ad arrivare a quel fatidico 1984. Oggi, a distanza di altri quarant’anni, l’Assemblea Soci del Consorzio, con voto quasi unanime, ha scelto di riprendere in maniera decisa la valorizzazione del metodo classico da Pinot Nero, reintroducendo il marchio “Classese”. Questa volta, però, non si tratta di un nome o di un ristretto – benché importante — gruppo di produttori. Classese, infatti, è destinato a diventare il nome della DOCG, non appena si concluderà l’iter burocratico necessario, ma inizierà presto a leggersi sulle etichette grazie all’adozione di un marchio collettivo.

Classese è l’affermazione dell’unicità del metodo classico oltrepadano, simbolo di una terra che, sola al mondo, punta un’intera denominazione sul blanc de noirs.

credits: Foto di proprietà del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese

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